Quello che serve

Sono arrivato ad un punto della mia parabola lavorativa in cui mi sento di poter dire di avere maturato un po’ di esperienza in quello che faccio.

Nel nostro lavoro le ossa te le fai sbagliando. Ripetutamente. A volte a caro prezzo. Quando mi capita di descrivere la mia storia professionale, mi piace raccontare di aver preso più facciate nel muro di quante io voglia ricordare.

Non c’è una vera e propria formazione accademica. Impari facendo. Magari è vero per tutte le professioni del mondo e sono io, chiuso nella mia piccola bolla, a pensare ingenuamente che il web design sia in qualche modo differente.

Sebbene (spero) involontaria, sbagliare è un’attività insidiosa. Quando si è in proprio, a volte si sbaglia e non si sa neanche perché e, inanellando facciate, a volte capita di pensare di non essere bravi abbastanza, di non avere chances di farcela.

Occorre tener duro, e convincersi che quello che si fa possa rappresentare un valore per chi lo utilizza, e che il modo con cui si lavora faccia la differenza.

La nostra storia in Evolve è fatta di questi e tanti altri pensieri.

Recentemente, stiamo valutando se sia possibile aggiungere un’altra persona al nostro team, che dall’anno scorso può contare anche sul prezioso aiuto di Maria Laura.

Ok, ma come la trovi questa persona? Come fai a capire se la persona ha quel che serve per poter intraprendere un rapporto proficuo?

Beh, vai su LinkedIn, no?

Ecco, andare su LinkedIn porta invariabilmente a passare serate a scartabellare tra i risultati di ricerca, a leggere profili che non possono che raccontare storie parziali, sapendo che, in definitiva, l’unica idea degna d’essere presa in considerazione te la formerai solo parlando con quella persona per più di dieci minuti.

In questi anni mi sono formato un’opinione su cosa serva per far bene il proprio lavoro, e, di riflesso, cosa io cerchi in una persona che voglia lavorare insieme a noi.

A costo di suonare stucchevole, per lavorare bene serve umiltà. Per ammettere i propri errori, già che la formula per l’infallibilità non s’è ancora scoperta, e per considerare non necessariamente da buttare quei punti di vista che non sono nel nostro radar.

Serve razionalità, per imparare dagli errori, e non auto-crocifiggersi quando capita di sbagliare. Occorre non essere pigri, sfidare le proprie consuetudini, ché la nostra bolla gira anche troppo velocemente.

Ma più di tutto serve curiosità, che è la voglia di guardarsi intorno, di sperimentare e, magari, farne altri di sbagli. Diversi, migliori.

C’è una frase che qualcuno attribuisce a Michael Jordan, ma sulla cui paternità avrei qualche dubbio, conoscendo il soggetto. La sostanza rimane, però:

I can accept failure. I cannot accept not trying.

Bravo, Mike.

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